Appunti dalla Patagonia: Gauchito Gil, gracias por todos!

Pubblicato il 20 December 2009 da Andrea Palli

Mi trovo nella Patagonia argentina, piu’ precisamente a San Martin de los Andes, nella provincia di Nequen. Quasi alla fine del mio lungo viaggio nel Sud del mondo, connotato, come sempre, da un proposito molto preciso, quello di attraversare questi paesaggi mitici affidandomi solo allo sguardo, alle suggestioni, ai piaceri e alle sorprese di un itinerario non programmato.

Scoprire quella terra magica che le parole di Chatwin, Sepulveda e Coloane mi hanno fatto tanto sognare…. che bellezza, adesso, poter aprire gli occhi su di essa! Le cime innevate, i fitti boschi, gli imponenti ghiacciai, le immense baie, le infinite spiaggie sull’oceano, i laghi e i fiumi incontaminati, le balene, i pinguini, i leoni marini, i guanachi, ma anche e soprattutto il NULLA patagonico. Arido, duro, monotono, difficile, inospitale, incommensurabile.

Fatto di linee rette interminabili battute da venti incessanti ed inclementi. Ai lettori del Passatore voglio raccontare una storia tipicamente argentina che incarna alla perfezione il primitivismo di un intero popolo: quella del Gauchito Gil. La leggenda sorprendente ed affascinante di questo “santo” profano locale, di questo eroe pagano che rappresenta la figura piu’ emblematica dell’immaginario religioso argentino contemporaneo ed e’ il piu’ grande fenomeno di cultura popolare che si è esteso in modo incontenibile in tutto il paese.

Il “piccolo gaucho miracoloso”, come viene chiamato, mi ha accompagnato continuamente, per tutto il viaggio. L’ho incontrato ovunque, dalle sponde dell’Atlantico lungo la Ruta 3, alla “fin del mundo” nella Terra del Fuoco, fin sotto la Cordigliera delle Ande lungo l’infinita, leggendaria ed accidentata Ruta 40.

All’incirca nel 1850 un gaucho buono e pacifico chiamato Antonio Mameto Gil Nunez fu la vittima di una palese ingiustizia che gli costo’ la vita. A seguito di una denuncia falsa una pattuglia della polizia lo arresto’ e, lungo il tragitto per condurlo davanti al lontano tribunale, com’era consuetudine in quei tempi, lo torturo’ e lo ammazzo’ impiccandolo ad un’ acacia caver. Il responsabile fu il sergente che guidava la spedizione. A cui Gauchito poco prima di morire, con molta calma e senza opporre resistenza, disse che, comunque, lo avrebbe perdonato. Lo avverti’ pure, che una volta tornato a casa, avrebbe trovato il figlio gravemente ammalato ma che il ragazzo sarebbe guarito se si fossero ricordati di lui e avessero detto qualche preghiera per la sua anima.

Il sergente naturalmente non gli diede ascolto e lo uccise imponendo il silenzio a tutta la squadra. Una volta tornato a casa, trovo’ in effetti il figlio moribondo. Si ricordo’ delle parole di Gauchito e lo prego’ tutta la notte, disperato, chiedendogli di salvare il suo bambino. E il ragazzo guari’. Il padre prese a tagliare un’ acacia caver per farne una croce che successivamente pianto’ sul luogo esatto dell’esecuzione. E’ proprio li’, nei pressi della citta’ di Mercedes, nell’Argentina del nord, che oggi si venera quella croce che e’ diventata un vero e proprio “santuario” e attorno alla quale si e’ sviluppata un’industria popolare impressionante, che mescola poverta’, paganesimo, kitsch e opportunismo.

Una delle caratteristiche di questo presunto eroe miracoloso e’ il colore rosso. Le immagini mostrano il Gaucho con baffi e capelli lunghi, avvolto in un poncho e con un fazzoletto in testa, entrambi di colore rosso. Lo si rappresenta anche con una lancia alla cui estremita’ è appeso un fazzoletto anch’esso rosso. Questo e’ probabilmente dovuto al fatto che Gil aveva simpatie per il partito autonomista del presidente Mitre, che si identificava con quel colore. All’interno del “santuario” si e’ sviluppato un merchandising formidabile in cui il rosso e’ dominante: si vendono foulard, fazzoletti, bandierine, fasce, poncho, ogni genere di oggetti.

Oggi infatti la tradizione vuole che se un pellegrino o un viaggiatore non si fermano almeno un attimo a salutare il Gauchito Gil non potra’ contare sulla sua protezione nel resto del cammino. E’ veramente impressionante il numero di auto che ho incrociato con un nastro rosso penzolante dal parafango posteriore e ancora di piu’ lo e’ la quantita’ di piccoli “santuari” in suo onore messi in piedi alla bell’ e meglio lungo tutta l’Argentina. Ce ne sono centinaia, migliaia. Qualcuno lascia una piccola raffigurazione del Gauchito, un altro una bandierina rossa, un altro una piccola croce, un altro ancora una birra. E poi bottiglie di vino, lettere, cibo, sigarette, candele, di tutto. Un modo per chiedere protezione lungo il viaggio. Ammetto che anch’io, profondo ateo miscredente, ho provato e provo una grande simpatia ed un sincero affetto per questa leggendaria figura.

Ammetto di essermi piu’ volte fermato lungo il percorso in questi strani luoghi, e non solo per curiosita’. Ma anche per rispetto e gratitudine. Ammetto di avergli lasciato una birra, una mela, una barretta di cioccolato e di essermi trovato, nei tanti momenti difficili del viaggio, se non proprio a pregarlo, di sicuro a rivolgergli un delicato e amorevole pensiero. E ammetto tutto questo senza vergogna perchè reputo la figura del Gauchito molto positiva ed affascinante. Mi piacciono i santi profani, mi piace questa leggenda argentina. E credo che del Gauchito Gil, anche nel nostro paese, il regno del sacro e del profano, ce ne sarebbe, davvero, un gran bisogno…
Raccontare, resistere.

 

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