
La pubblica amministrazione non deve comunicare per persuadere i cittadini della validità e conformità legale delle scelte operate – aspetto che rappresenta la sua dimensione politica – ma per farli partecipare alle decisioni assunte e alle opportunità offerte.
Esistono confini e finalità delle attività di comunicazione realizzate da un soggetto pubblico. Lo definisce in particolar modo una legge per iniziativa parlamentare di Franco Frattini dell’allora Forza Italia, ma approvata, a quanto pare con entusiasmo, sotto il Governo presieduto da Amato con Guardasigilli Fassino. Si tratta della legge 150/2000 intitolata “Disciplina delle attivita’ di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni”.
Definire la linea di confine tra la comunicazione istituzionale e la comunicazione politica non è certamente semplice. Pare un terreno scivoloso, non limpido.
“Ci si preoccupa del cittadino-utente solo quando è cittadino-elettore, propinandogli la spettacolarizzazione dei candidati”: così la comunicazione politica si sovrappone a quella di servizio e perde l’etica “necessaria a creare dei valori condivisi”. E’ questo il parere di Franca Faccioli, dell’Università La Sapienza di Roma proposto al convegno tenutosi nel 2007 dal titolo “Quando la comunicazione pubblica incontra la comunicazione politica”.
Allo stesso convegno il professore Adriano Fabris, docente all’Università di Pisa ha affermato che “i giornalisti si preoccupano dei problemi legati alla loro professione, i politici di fare bella figura e della comunicazione pubblica non se ne occupa nessuno”. Drastico quando ha sostenuto che “non è la politica degli annunci pubblicitari che serve al cittadino per partecipare alla vita amministrativa”. E osserva che “il cittadino serve molto durante le elezioni, ma poi il suo dialogo con la res publica finisce lì”.
Il problema emerge anche da quanto si può leggere in una pubblicazione del Dipartimento della Funzione Pubblica per l’efficienza delle amministrazioni, che cito testualmente: “La comunicazione politica è identificata con la comunicazione istituzionale, sia a livello di collettività che di classe dirigente, in quanto la politica ha occupato gli spazi lasciati liberi dal potere amministrativo anche nel campo della comunicazione pubblica, generando così una pericolosa sovrapposizione di funzioni.”
In altri termini il rischio concreto, che spesso si traduce in realtà, è che la politica dei partiti trasformi la comunicazione istituzionale pagata con i soldi della collettività in marketing da propinare al cittadino-elettore.
























October 25th, 2009 at 4:19 pm
Mi sembra un po la scoperta dell’acqua calda.
E’ dai tempi di tangentopoli che la politica istituzionale si è fusa con la comunicazione pubblica, da quando è diventata una “merce” a tutti gli effetti, ed ha relegato i poveri elettori al rango di “consumatori”.
Se la informazione politica è per consumatori, l’azione più incisiva è il marketing e la banalizzazione del messaggio sacrificato sull’altare di un rapporto di uso-consumo, frettoloso e superficiale, fatto di slogan semplici per convincere gente semplice.
Forza italia e la vecchia ex pubblitalia (ora fininvest) erano sostanzialmente la stessa cosa allora, lo sono penso tuttora.
Perchè la comunicazione politica ritorni ad essere etica, forse non bastano nemmeno i movimenti dal basso, ma sono per lo meno un promettente inizio.
October 26th, 2009 at 12:56 am
Sono d’accordo con te, ma nel post si focalizzava l’attenzione sulla comunicazione istituzionale della pubblica amministrazione (L.150/2000), che dovrebbe essere altra cosa dalla comunicazione politica.. Per maggior chiarezza portero’ degli esempi concreti in un mio prossimo post.